NEL MONDO - CRONACA - 5
Sul furgone dei
clandestini
IN VIAGGIO CON L'AUTISTA CHE
OGNI SETTIMANA PORTA I DISPERATI DELL'EST. PARTENDO DA MILANO, DUEMILA CHILOMETRI DI AVVENTURA.
(pagina pubblicata il
31.03.2003)
Il problema degli
extracomunitari è molto sentito dagli italiani, specialmente in questo
periodo. I pareri sono diversi. C'è chi è favorevole e chi è contrario
all'entrata in Italia degli extracomunitari; alcuni li accettano, altri li
rifiutano drasticamente senza sentire ragioni; c'è chi li lascerebbe entrare
solo se già in possesso di un posto di lavoro e chi sarebbe disposto a
concedere loro un lasso di tempo per cercarselo altrimenti
"espulsione" e così via...
La vicenda raccontata in
questo articolo è la storia di alcuni "clandestini dell'est" che per
poter tornare per qualche giorno nel loro paese natale a rivedere i propri cari,
vanno incontro a grossi rischi e sono disposti a pagare anche cifre al di
sopra dello loro possibilità. Sembra il "passaggio" di un romanzo,
invece è tutto vero.
Il segno della croce lo fa
l'autista quando ingrana la marcia e prima di imboccare l'autostrada con il suo
furgone. I disperati ogni domenica mattina partono da piazza Luigi di Savoia a
Milano con destinazione Ucraina. Sulla rotta Austria, Ungheria. Duemila chilometri per 30 ore di marcia portando con
sè alimenti e vestiti. Ma anche lettere e speranze, soldi e clandestini. Versando il
pizzo alla mafia russa per poter lavorare e pagando doganieri e poliziotti per evitare
controlli. Con qualsiasi tempo, a qualsiasi costo. Una sorta di scafista su quattro
ruote, che attraversa valichi e frontiere.

Come un normale pullman di linea sulla via dei
Carpazi. Milano, Stazione Centrale, ore 9. Parte da qui il carico di Pietro (il
nome è di fantasia). Un fisico da lottatore, con la testa grossa, le spalle larghe e
il ventre prominente di chi mangia pesante e beve vodka. Quarant'anni, forse
qualcuno di meno.
Il
suo furgone Mercedes diesel è carico di borse e scatoloni che trasudano olio e
odori forti di insaccati e pesce affumicato. Con Pietro ci sona Misha, un moldavo che
gli fa da secondo pilota, una coppia di giovani sposi, Olec
e Sofia, due donne sulla cinquantina, Marina e Ludmila.
Marina è una donna minuta, dal volto scarno e dalle rughe profonde sulla fronte. Ha una
piccola, antica cicatrice sulla guancia sinistra. "Torno a casa - racconta con
lo sguardo fisso nel vuoto - perchè non ho più niente. Alla stazione Centrale
mi hanno rubato la borsa con dentro cinquemila euro, il telefonino e il passaporto. Mi hanno preso tutta la mia
vita".
Esperienze diverse ma disastrose anche per Olec, Sofia e Ludmila. Per loro il
miraggio Italia è durato poco tempo.
Nella capitale del benessere non è andata come sognavano. E di fronte al nulla
hanno scelto la miseria del loro paese.
La partenza è prevista per le 10.30, ma
Pietro ha ancora qualcosa da vendere ai connazionali che riempiono la
piazza attorno alla Stazione. Sette bottiglie di vodka, una stecca di sigarette, tre scatolette di caviale
rosso e una dozzina di sgomberi crudi. E poi non si è ancora fatto vivo quello del
pizzo. Che arriva alle 11. E' un giovane sui 30 anni. Alto
1.90, capelli cortissimi e giacca di pelle nera su un dolce vita nero. "Sei
pieno oggi - dice a Pietro con un sorriso
ironico che lascia intravedere un dente d'oro -. Allora sono ottanta euro". Ma la contrattazione si conclude a
sessanta.
Alle 11.30 finalmente si parte. Destinazione Chernivtsi, a Sud-Ovest dell'Ucraina, 500
chilometri dalla capitale, Kiev. Viene imboccata via Palmanova per andare a prendere
l'autostrada Milano-Venezia. C'è il sole e ci sono 6 gradi. E prima di entrare
al casello, come in un copione mandato a memoria, tutti abbassano il capo e si
segnano. "Andrà tutto
bene - si inserisce ad alta voce Marina -. Dio guarda anche noi. Ho segnato che
torneremo a casa senza problemi e riabbracceremo i nostri cari.

Superata Brescia, una pausa in un
autogril. "Se dovete fare pipì, fatelo adesso perchè poi tiriamo dritto e non so quando potremo fermarci ancora. Il tempo
là non è buono, mi dicono che nevica".
Cinquecento chilometri filati. Spesso senza sentire una parola. Con gli occhi che
faticano a rimanere aperti.
Olec si toglie le scarpe. Ludmila scarta del pane e formaggio. E l'aria si impregna di odori che si
mischiano. Alle 18, poco prima di entrare in Austria,
su una piazzola di sosta, Pietro ferma il furgone. "Bisogna
nascondere i tre. In Austria sono tutti fascisti. Se ci fermano sono guai. In Ungheria, invece, viaggiamo
tranquilli".
L'operazione "imboscamento" avviene in poco tempo. Nel centro del furgone,
tra gli scatoloni, inseriscono a circa un metro di altezza un asse da stiro e
uno stendibiancheria, e sotto si accucciano Olec, Marina e Ludmila.
Poi, si ricopre tutto con le borse e i pacchi. In queste condizioni attraversano
tutta l'Austria con un solo momento di sbandamento per Ludmila: "Le gambe -
ripete più volte - non sento le gambe. Vi prego, fatemi alzare un pò". Ma deve aspettare
fino alla dogana ungherese di Zàhony. "Dai, scendete pure e datemi i
passaporti", dice Pietro
che poi inizia lo show con i doganieri. Dieci euro nel suo e nel passaporto di
Misha per non avere problemi con i clandestini. E quaranta passati con una stretta di mano per
evitare il controllo della merce trasportata. "Qui funziona così - dice
Pietro - altrimenti rompono le scatole. Ma in Ucraina è peggio".
E all'alba di lunedì
arrivano a Chop,
all'ingresso ucraino. Il termometro segna
meno 14 gradi con un vento freddo che solleva la neve dagli alberi. Pietro predispone
il pagamento. Entra ed esce dai gabbiotti con i passaporti, anche quelli con i visti scaduti.
Al ritorno, appena rimette in moto, sbotta: "Se non paghi non lavori. E' mafia da tutte le
parti". Poi spiega che ha sborsato a più persone un centinaio di euro.
"Per questo chiedo 200 euro a chi vuole venire con me e 250 a chi non è in regola. Non
è tanto".
Riprendono la strada. La strada è una buca unica, spesso ghiacciata. Con paesaggi
ai confini della realtà, dove solo i corvi neri sopravvivono nelle grandi
distese innevate.
Alle 16.30 la prima consegna a Zagaipily, 250 case per 800 abitanti. Dieci pacchi a una
famiglia di contadini che li ricevono con una bottiglia in mano, quella buona fatta in casa,
alcol puro a 96 gradi. E alle 18 arrivano a Chernivtsi. Scendono tutti dal furgone
nello spiazzo accanto al vecchio "Tank" sovietico che entrò nella
città liberandola dai tedeschi.
Ed
è ancora un segno della croce all'unisono, seguiti da grandi abbracci. "Per
quanto qui si stia male - dice Marina quasi in lacrime - è sempre la nostra
città". Quindi tutti si dividono nel buio della notte.

Due immagini della città di Chernvitsi

Il giovedì alle 10 appuntamento
per il ritorno nella stessa piazza. Un ritorno con pochi pacchi al seguito, una cassa di sgomberi affumicati da vendere a Milano e due uomini
sulla trentina di cui uno con documenti non in regola e l'altro con un visto turistico che
gli permette di entrare in Italia, per poi vivere nella clandestinità in attesa di una nuova
sanatoria, come mille altri suoi connazionali che lo hanno preceduto.
In Ungheria questa volta, nonostante 70 euro di mancia, li bloccano per quattro ore. La polizia cerca sigarette che
trova sul furgone che li precede: trenta stecche per 600 euro di multa. Ma è l'unico
intoppo. Il resto è stanchezza e grandi sorsi di vodka. Fino alla stazione Centrale. Venerdì alle 23, dopo 36 ore di un viaggio,
si trovano finalmente nell'altro mondo
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