NEL MONDO - CRONACA - 8

CARLO URBANI
Una Vita per gli altri

 

FU IL PRIMO A SCOPRIRE LA "STRANA" INFLUENZA ASIATICA, POI CHIAMATA SARS, CHE ALLA FINE, IL 29 MARZO 2003, L'HA UCCISO.  <<ERA UN VULCANO DI INIZIATIVE>>,  DICE LA MOGLIE GIULIANA.  <<LA SUA E' UNA STORIA DI STRAORDINARIA NORMALITA'>>.


(pagina pubblicata il 31.08.2004)

«Giuliana, scusami». Se ne andò dopo aver lottato fino all’ultimo. Morì un medico preparato, coraggioso e altruista che aveva affrontato un nuovo flagello, intuendone per primo la pericolosità. La Sars vinse il duello, ma perse la guerra, almeno in Vietnam, dove il numero di persone infette e di decessi risultò essere alquanto ridotto rispetto a quello lamentato da altri Paesi. Il suo sacrificio non fu vano: il mondo conobbe così Carlo Urbani.

Giuliana Chiorrini visse giorni di lacerante calvario tra Hanoi e Bangkok. Oggi ricorda la figura dell’uomo che ha amato con una preoccupazione su tutte: che si ceda alla retorica. «Carlo era un vulcano di idee e di iniziative», spiega la Sig.a Giuliana «Al tempo stesso, però, non amava mettersi in mostra. La sua è una storia di "straordinaria normalità", resa ancor più gradevole dal suo spiccato senso dell’umorismo».

Castelplanio è buona terra marchigiana, in provincia di Ancona. Sia Carlo che Giuliana sono nati lì. «Carlo si distingueva per il suo attivismo, in parrocchia e fuori», riprende Giuliana. «Organizzava tanto i campeggi quanto la raccolta dei medicinali per Mani Tese. Mi piaceva. A un certo punto anche lui si interessò a me, anche se era più grande (aveva 24 anni, io 16) e stava finendo gli studi universitari. Era un tipo interessante. Mi colpiva la sua voglia di vivere in pienezza, di servire il prossimo».

 

 

Con Medici senza frontiere

Carlo Urbani si laurea in Medicina nel 1981, si specializza in Malattie infettive, sposa Giuliana nell’83. Nel 1987 nasce il primo figlio, Tommaso. E sempre nel 1987 Carlo va per un mese in Etiopia. Comincia a collaborare con Medici senza frontiere (Msf). Nell’89 è aiuto primario nel reparto malattie infettive di Macerata. «In quel periodo usa ferie e riposi, si prende anche aspettative non pagate pur di andare con Msf in Africa e in Asia. Sta via 20 giorni, un mese, talvolta di più. Torna stanco, ma realizzato. Mi coinvolge, raccontandomi quanto ha visto e fatto. È bravo in tante cose: scatta belle foto, cucina piatti elaborati, vola con il deltaplano».

Nel 1996 la famiglia Urbani si trasferisce a Phnom Penh, in Cambogia, e vi rimane un anno. Al rientro, Carlo torna al suo posto di lavoro, a Macerata, e diventa presidente della sezione italiana di Msf. Contribuisce a lanciare la campagna contro le multinazionali del farmaco che, trincerandosi dietro i brevetti e le spese per la ricerca, tengono alto il costo di medicine indispensabili contro l’Aids, la malaria e la tubercolosi, indifferenti alla sorte di tanti malati poveri che non possono pagare. Nel 1999 fa parte della delegazione che ritira il premio Nobel per la pace assegnato a Msf.

 

 

Il trasferimento in Vietnam

«Il 6 gennaio 2000 mi dice che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), con cui è in contatto dal 1992, ha accolto la sua domanda e che per tre anni si andrà tutti ad Hanoi», continua Giuliana Chiorrini. «"Sarò il responsabile della lotta contro le malattie parassitarie in Vietnam, Laos e Cambogia", mi precisa. Io non sono felicissima. Dopo Tommaso e Luca, sta per nascere Maddalena, sono incinta di cinque mesi, dovrei partire un mese e mezzo circa dopo il parto. Il suo entusiasmo, tuttavia, mi convince. In Vietnam ci troviamo bene. Tommaso frequenta il liceo francese; in quell’istituto ci sono pure le elementari, per Luca. Maddalena va all’asilo e parla solo vietnamita. Carlo ride, alla sera, quando per scambiare due parole con sua figlia deve chiamare una ragazza che ci aiuta in casa affinché traduca in francese».

Il dottor Urbani non si limita a lavorare dietro una scrivania. Alterna i doveri di coordinamento e di rappresentanza con viaggi sul campo, in cui si rimbocca le maniche. Una volta si spinge al confine con la Cina. Una giovane mamma tiene in braccio il suo bimbo, che la malaria fa tremare di febbre. Carlo prima cura e poi scatta una foto, che alla fine del 2002 dona al fotoreporter Nino Leto, in Vietnam per realizzare un reportage, «Vedi? In Laos è pure peggio. Vieni con me, documenterai la tragedia di uno tra i Paesi più poveri al mondo, di cui purtroppo nessuno parla».

Lo attende invece un altro viaggio. «Carlo mi aveva detto che in Cina stava capitando qualcosa di grave», ricorda Giuliana Chiorrini. «Il 28 febbraio 2003 all’ospedale francese di Hanoi viene ricoverato un americano. Gli telefonano: non si capisce granché di quello strano morbo. Lui va, fa i prelievi, ne analizza alcuni e ne spedisce all’estero altri, perché vengano studiati da laboratori all’avanguardia. La sera mi parla: "Giuliana, questa non è un’influenza come le altre, può persino uccidere"».

 

 

Altri genitori e altri figli

«Io non sono tranquilla. "Se il contagio corre così veloce", gli dico, "tu devi pensare anche a te e a noi: hai tre figli, non dimenticarlo". Lui quasi si arrabbia: "Vuoi che non sappia cosa devo fare?". Carlo tempesta l’Oms di rapporti sempre più precisi, sempre più preoccupati. Su sua pressione, le autorità vietnamite adottano misure straordinarie che alla fine fermeranno il disastroso diffondersi della Sars. Il 7 marzo riunisce gli ambasciatori a Hanoi, aggiornandoli senza peli sulla lingua. La sera del 10 marzo lo blocco. Insisto: "Pensa alla tua salute, non solo a quella degli altri". "Penso a te e ai nostri figli, ma ci sono altri genitori che hanno figli e anche loro hanno il diritto di essere aiutati", mi risponde».

L’indomani, Carlo parte per Bangkok. Dev’essere un viaggio di due giorni. Appena arrivato nella capitale thailandese, però, si fa ricoverare. S’è sentito male durante il volo. Ha capito. Invita chi lo soccorre a essere prudente. Quindi chiama sua moglie. «"Ciao, Giuliana, ti devo dire una cosa ma non arrabbiarti". "Se devi restare a Bangkok per lavoro, fai pure. Ma non dirmi che stai male..."».

Giuliana Chiorrini decide di volare a Bangkok con i figli, che, accompagnati da un’amica di famiglia, proseguono per l’Italia senza poter salutare il papà.

«Carlo stesso mi invita a non farli andare in ospedale, anche se ha tanta voglia di rivederli. Assisterlo, d’altronde, è straziante. All’inizio posso stargli relativamente vicino, naturalmente a patto di indossare maschera, tuta e calzari particolari. Poi, mettono un vetro divisorio e posso parlare con lui solo attraverso un citofono. Piango. La persona da cui mi devo "difendere" è mio marito, il padre dei nostri figli... Carlo peggiora. Apprende che c’è un prete italiano. Si confessa, riceve l’unzione degli infermi. Non nasconde la sua angoscia, ma professa – come ha sempre fatto – la sua fede nel Dio che dà vita».

Giovedì 27 marzo 2003. «Vado a trovarlo. Carlo sembra incosciente. Poi apre gli occhi e porta la mano destra sul cuore. "Vuoi dirmi che mi vuoi bene?". Fa sì con la testa e abbozza uno stanco sorriso. Quindi pronuncia quelle che saranno le sue ultime parole: "Giuliana, scusami. Mi hanno dato la morfina. Devo dormire"». Carlo Urbani muore alle 11,40 di sabato 29 marzo 2003.

 

Per continuare l’opera umanitaria di Carlo Urbani, nel luglio 2003 è nata l’Associazione italiana Carlo Urbani (piazza del Municipio 1- 60031 Castelplanio [Ancona]; telefono: 0731-81.76.44; sito Internet www.aicu.it).

Sono anche usciti alcuni libri che raccontano la figura del medico prematuramente scomparso. Il giornalista di Repubblica Jenner Meletti ha scritto Il medico del mondo, edito da il Saggiatore, con una prefazione di Romano Prodi. Lucia Bellaspiga, cronista di Avvenire, ha pubblicato con l’editrice Àncora Carlo Urbani, il primo medico contro la Sars: la presentazione è di Kofi Annan, la prefazione è firmata da Nicoletta Dentico, già direttore generale della sezione italiana di Msf

 

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(pagina pubblicata il 31.08.2004)


 

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